Odio i boomer
Se oggi sei infelice, povero, precario, è perché una generazione si è mangiata il futuro ingrassando di rendite, privilegi e diritti che non esistono più. O no?
Disclaimer: Questo numero contiene una novità. Vista la considerevole lunghezza del testo, mi sono interfacciato con la volontà di molti di voi di renderlo più accessibile e ho pensato ad una versione audio alternativa alla lettura.
Potete scegliere, così, se leggere questo numero o ascoltarlo come un podcast.
Ci ho tenuto a fare un lavoro quanto più accurato possibile anche per la versione audio, con musiche e tempo nella lettura. Insomma, non un lavoro perfetto ma neanche una lettura frettolosa senza cura ecco. Anche per chi, giustamente, fa fatica a tenere la testa su uno schermo per tanto.
Buona lettura o, da oggi, ascolto.
Versione audio
Odio i boomer. Se oggi sei infelice, povero, precario, è perché una generazione si è mangiata il futuro ingrassando di rendite, privilegi e diritti che non esistono più. Hanno vissuto sopra le proprie possibilità, e non solo le loro: anche le nostre. Essere millennial o Gen Z significa respirare ogni giorno un’ingiustizia generazionale che non si colma, la madre di tutte le ingiustizie. E allora sì: è legittimo provare rancore, è legittimo provare odio verso chi è venuto prima di noi.
Potrei chiudere qui, solleticando i nervi scoperti di chi mi legge. Potrei raccogliere like, far leva sulla pancia dei miei follower, collezionare centinaia di condivisioni. Perché la lotta generazionale è un prodotto social perfetto: funziona, è trasversale, incendia i commenti. Ed è stata coltivata da tutti, a destra come a sinistra, nelle pagine social come nei podcast, nei talk show come negli scranni parlamentari, persino nelle università. Potrei cavalcare la rabbia, il risentimento, la tendenza vittimale che caratterizza l’inattività politica della mia generazione.
Potrei. Ma non lo farò.
Non lo farò perché sono convinto che lo scontro generazionale sia una strategia di castrazione del conflitto di classe. Perché serve a incanalare l’energia prodotta dalle disuguaglianze dentro un vicolo cieco: una rabbia che si consuma da sola, che non colpisce mai i veri colpevoli, che non va da nessuna parte. I boomer diventano un bersaglio comodo, sacrificabile, molto più facile da identificare e colpire rispetto ai ricchi. Perché i boomer sono una massa indistinta, intoccabile e allo stesso tempo punibile perché vicina: il nemico perfetto per non nominare mai l’1%, che è troppo lontano, che è fuori dallo spettro dell’odio emotivo, che è fuori dalla tua portata. Credere che quella delle pensioni sia la madre di tutte le ingiustizie è da manuale della propaganda neoliberale, un manuale che racconta che la tua miseria sia colpa dei tuoi genitori e dei tuoi nonni. Così non da non mostrare la realtà per quella che è: pensi come ti viene detto di fare e finisci a fare il loro gioco.
Proverò, in questa — ahimè — lunghissima newsletter, a restituire una misura diversa e una narrazione nuova. Perché a sinistra non possiamo consumare tutte le nostre energie nel riscrivere il racconto di ciò che è cultura lasciando sullo sfondo, timidamente, la struttura economica. Forse non basterà a rigenerare un pensiero socialista, ma almeno potrà offrire qualche strumento utile: per rispondere, ad esempio, al cugino neoliberale che al pranzo di Natale vorrà attaccare briga con la solita litania sui boomer.
Nota iniziale: ho scritto questo contenuto con i preziosi suggerimenti di Folk Economy, che fa divulgazione su Instagram (@folk_economy) proprio sulla materia economica.
Nell’era dei reel e dei contenuti condensati in 30 secondi questo numero della mia newsletter è una sfida, e probabilmente una sconfitta in partenza. Ma a volte bisogna provare a combattere anche quando si sa di poter solo perdere. Se siete tra i pochi che vorranno arrivare alla fine mettetevi comodi: il viaggio è lungo e non proprio confortevole.
Tutta colpa di nonno: tempo di lettura: 18 minuti
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un carosello di un tale con oltre 700mila follower che sforna vignette drammatiche (e spesso drammaticamente grossolane) su qualsiasi tema. L’ultima rappresentava da una parte un nonno al bar, seduto da cinquant’anni a non far nulla, e dall’altra un padre di famiglia disperato: i frutti del suo lavoro, raccontava la vignetta, sarebbero inghiottiti dalle tasse, destinate in gran parte alla spesa pensionistica. L’immagine era chiara: il nonno si sta mangiando il futuro dei nipoti, e per giunta si permette di dire che i giovani non vogliono sacrificarsi. Risultato: migliaia di like, commenti a valanga, zero ragionamenti, zero soluzioni. Rabbia che si autoalimenta, ciclica, sterile. Ma utilissima a rafforzare un presupposto ideologico: che tutto ciò che viene dato senza esser stato “meritato” sia, in fondo, un’ingiustizia.
Ecco, innanzitutto dobbiamo smettere di costruirci i nostri Giancoso, nemici immaginari a cui attribuiamo caratteristiche morali e comportamentali che fanno sponda alla nostra indignazione. I boomer che accusano i giovani di non fare abbastanza esistono, certo, ma esistono anche genitori e nonni che guardano al futuro dei figli con sincera preoccupazione. Esistono individui che hanno cavalcato un’epoca di sprechi, ma anche — e sono la maggioranza — persone che dalla globalizzazione e dalla precarietà hanno ricevuto solo peggioramenti: vite che si sono fatte più dure, famiglie tenute a galla con fatica, studi dei figli pagati a prezzo di sacrifici, tutto sotto il terrore costante del domani.
Perché una generazione non è una classe sociale. È un gruppo eterogeneo, dove oppressi e oppressori si mescolano.
Ci sono ventenni che detengono potere e sessantenni costretti a lavori usuranti, senza più prospettiva di riposo. Ci sono i nonni che vivono di rendita, e ci sono quelli che con la loro pensione — piccola, indegna, ma vitale — sostengono i figli e i nipoti cercando di mettere insieme pranzo e cena.
Colpevolizzare un’intera generazione non è solo scorretto: è pericoloso. È ciò che Nick Srnicek chiama solidarietà negativa: l’idea secondo cui, siccome i millennials e la Gen Z stanno affrontando difficoltà epocali — salari stagnanti, precarietà cronica, ascensore sociale bloccato — allora sia legittimo che anche chi li ha preceduti debba pagare un prezzo. Una sorta di compensazione al ribasso, quasi una vendetta morale. Se stiamo perdendo tutti, forse sarà più sopportabile.
E dato che per i boomer stiamo spendendo troppo, ben venga il loro turno di sofferenza.
La dittatura dei dati
Partiamo dai numeri incontrovertibili. Quando si dice che in Italia si spendono oltre 250 miliardi di euro per le pensioni, e che questa sia una delle voci più pesanti del bilancio pubblico, non si dice nulla di falso. Ma attenzione: i dati non parlano da soli, un vecchio adagio dice che un numero, se torturato, ti dirà quel che vuoi sentirti dire. Perché i dati parlano ma solo dentro una narrazione. E nella narrazione delle pensioni come madre di tutte le ingiustizie, il sottotesto è sempre lo stesso: che questa spesa sia un onere generazionale insostenibile, ingiusto, da tagliare. Che se oggi il Paese è fermo, se le cose non funzionano, se non ci sono soldi per i giovani, sia colpa dei boomer.
Ma davvero è così? E soprattutto: sappiamo davvero cosa significa spendere?
Cosa vuol dire spesa pubblica, semplificando
Immaginate di andare in pizzeria con una banconota da 20 euro. Ordinate una margherita, una bibita, pagate il conto e uscite soddisfatti. Nel portafoglio vi restano 5 euro: ne avete spesi 15. Quei 15 sono andati, bruciati, svaniti. Mai più li rivedrete. È così che funziona il denaro nella vita di tutti i giorni: entra, esce, e quello che esce è perso per sempre.
Ed è su questa esperienza quotidiana — così semplice, così privata — che si fonda uno dei più grandi fraintendimenti della nostra epoca: credere che la spesa pubblica funzioni come il portafoglio di una famiglia. Un enorme salvadanaio dove ognuno versa qualcosa (le tasse) e da cui lo Stato attinge per spendere, spesso male, in buchi neri chiamati “sprechi”.
È la versione da bar dell’economia, quella che piace al neoliberismo: meno spendi, meglio è. Ma è una visione che non regge né nei dati né nella teoria.
Ve la faccio semplice: immaginate di dare mille euro a un pensionato. Secondo il senso comune, lo Stato li ha “persi”: sono usciti dalle casse pubbliche e non torneranno mai più. Ma non è così. Quel pensionato li spenderà in fretta: all’alimentari sotto casa, al mercato, in farmacia.
Il commerciante a sua volta incassa, versa l’IVA, paga le tasse (denaro che rientra). Magari, con i ricavi, rifà la tettoia del negozio. Chi la ripara è un muratore che a sua volta paga le tasse e assume un giovane. Quel giovane, assunto dal muratore, trova così un lavoro, contribuisce, evita — lo dicono i dati! — di finire in circuiti devianti, come la criminalità. E lo Stato risparmia: in repressione, in tribunali, in carcere.
Insomma, quei mille euro non sono svaniti. Sono rientrati nel sistema, hanno generato valore, lavoro, benessere, ordine sociale. Sono circolati. Per questo è sbagliato — o, peggio, pericoloso — usare le categorie del portafoglio personale per parlare di spesa pubblica.
Lo Stato non è un padre di famiglia con i conti da far quadrare al centesimo. È un sistema complesso, dove ogni euro può essere un seme che germoglia¹. Ed è questo il punto: in economia reale, un sussidio ben mirato non è una spesa. È un investimento con ritorni concreti, immediati, sociali.
E su queste basi le teorie alternative a quelle delle scuole neoliberali (come i post keynesiani e i neomarxisti) provano da anni a condurre una battaglia che è, nel senso più nobile del termine, ideologica: la spesa pubblica non è il male². E questo, badate bene, più che una constatazione dovrebbe diventare uno slogan.
La spesa pubblica non è il male!
Il ritorno di valore di un sussidio possiamo definirlo moltiplicatore sociale del welfare: significa che ogni euro speso in pensioni, sanità, istruzione può generare crescita, diretta e/o indiretta, di posti di lavoro, di produzione e di redditi privati, senza necessariamente generare pigrizia diffusa, parassitismo e deflagrazioni inflazionistiche. Perché quei soldi non restano fermi: vanno, spesso, a chi li spende subito e tutti o quasi entro la fine mese. In Italia più della metà dei pensionati prende poco più di mille euro al mese— una cifra indegna — e quei soldi finiscono quasi sempre in beni di prima necessità. Pane, medicine, bollette. Soldi che tornano nel mercato reale, che alimentano consumi, tasse, lavoro. Non è un drenaggio di risorse, è un ricircolo che tiene in piedi interi territori. È anche la mancia della nonna, che per molti è un vero e proprio welfare parallelo, mensile e silenzioso³.
Diverso è il discorso per chi prende di più: circa il 5% dei pensionati - pochi insomma - supera i 3.000 euro al mese. E ancora più distorto è quello dei sussidi che piacciono tanto alla destra — e a certa sinistra - gli incentivi alle imprese, i condoni, i crediti d’imposta. Le evidenze sono chiare: più il denaro si concentra nelle fasce alte, più si disperde in rendite improduttive: parcheggiato in conti correnti, immobili di lusso, fondi all’estero. In altre parole: sottratto al circuito economico nazionale⁴. Insomma, meglio dare a chi ha meno.
Esiste dunque un calcolo preciso di quanto ritorno generino le pensioni italiane?
No. O quantomeno, io non ne ho trovati. E sono più che disponibile ad accoglierli, se qualcuno li ha. Ma c’è un motivo per cui non esistono numeri esatti: perché i moltiplicatori del welfare sono difficili da calcolare. Il denaro non può essere tracciato centesimo per centesimo, e spesso bisogna lavorare su stime probabilistiche, modelli, proiezioni. Ma esistono casi studio, e sono abbastanza chiari: tutti dimostrano che i trasferimenti sociali — pensioni comprese — hanno un impatto di ritorno sulla crescita di un Paese⁵.
Poi certo, la letteratura si divide: c’è chi stima che buona parte delle risorse venga recuperata, chi dice un terzo, chi poco di più, chi tutta. Ma c’è un punto su cui quasi tutti convergono: soprattutto in contesti di forte disuguaglianza, i moltiplicatori del welfare funzionano. Redistribuire aiuta. E un buon stato sociale non è una voce di spesa: è un investimento. Insomma, non sono soldi bruciati. Sono risorse che circolano, generano consumo, tengono in piedi economie locali, aiutano famiglie, evitano crolli sociali. È la prova che smonta decenni di retorica sul parassitismo: quella narrazione tossica per cui chi riceve è sempre un problema, un peso, un approfittatore da colpevolizzare. Ma il punto è proprio questo: la società non è un meccanismo contabile. È uno sforzo collettivo. Non serve a selezionare i più forti. Serve a non lasciare indietro nessuno.
Ok ma le pensioni sono insostenibili!
L’argomento più difficile da scardinare, quando si parla di pensioni, è quello della sostenibilità. Perché è quello che suona più ragionevole, più tecnico, più “di buon senso”. E perché, fintanto che si rimane ancorati all’idea che il bilancio di uno Stato funzioni secondo le logiche economico-finanziarie di un portafoglio privato, è drammaticamente reale.
Il sistema contributivo italiano — ci spiegano — si basa su un principio semplice: le pensioni sono pagate con i contributi dei lavoratori di oggi. E quindi ogni mese, quando noi millennials e gen Z versiamo i nostri contributi previdenziali in una cassa, non stiamo costruendo il nostro futuro, ma finanziando il presente di qualcun altro che da quella cassa attinge. Quando sarà il nostro turno — se mai arriverà — saranno i giovani di domani a pagare per noi.
Il problema è che questo meccanismo, già oggi, non regge. Quello che entra non basta più a coprire quello che esce. Le casse previdenziali sono in disavanzo cronico. E così, sistematicamente, arriva la sentenza: il sistema pensionistico è insostenibile. Tutta colpa dei boomer.
Ma attenzione. Perché qui si gioca la vera trappola ideologica neoliberale. La sostenibilità finanziaria delle casse previdenziali non è una legge di natura. Che i contributi di oggi debbano sostenere le pensioni non è un dogma inciso su tavole di pietra scese dal Sinai. È una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, può essere messa in discussione se le condizioni del reale mutano. Già oggi, siccome i contributi versati dai lavoratori non bastano a coprire tutte le pensioni, si attinge ad altre fonti che arrivano dalla fiscalità generale: dalle tasse pagate da tutti, di ogni tipo, non solo quelle legate al lavoro. E benché questo venga descritta come l’anticamera del default, non c’è nulla di sacrilego in questo. Perché lo Stato può decidere senza violazione alcuna di indicazione divina — come fa già — di finanziare le pensioni non solo con i contributi, ma con altre entrate.
Per cui, quando ci dicono che le pensioni sono insostenibili, che le casse stanno per fallire, che “non avremo mai la nostra” perché tutto è un gigantesco schema Ponzi, vi stanno raccontando una bugia. Non è vero che non sono sostenibili in assoluto: non lo sono per come abbiamo scelto di definirne la sostenibilità. Ma trovare altri modi di finanziarle non viola nessuna indicazione divina.
Quindi possiamo spendere all’infinito?
No. Nessuno dice che si possa spendere a casaccio, sperperare, distribuire senza criterio. Il welfare funziona se è pensato, mirato, costruito con responsabilità.
Certo, è curioso — o forse no — notare come questa retorica isterica contro i disavanzi pubblici e a favore dei tagli si accenda solo quando si parla di welfare, pensioni, spesa sociale. Nessuno urla all’insostenibilità quando il deficit serve a finanziare la produzione e distribuzione di armi. Nessuno invoca rigore quando si tagliano le tasse o si regalano sussidi alle imprese. Nessuno si chiede se quelle spese siano sostenibili, o almeno efficaci.
Per affrontare al meglio il tema serve, forse, un’onestà di fondo: partire dalla realtà, non dal mito. Innanzitutto chiedendosi: sul tema pensionistico si può fare qualcosa? Alzare ulteriormente l’età pensionabile, oltre i limiti della dignità, significa violare un principio basilare: non si può punire gli individui per errori sistemici del passato. Non si può mortificare corpi stanchi per aggiustare tabelle in rosso. Tagliare le pensioni a chi già le riceve poi è impensabile, oltre che immorale.
La retorica delle pensioni come madre di tutte le ingiustizie è la risposta facile per continuare a riversare altro odio quindi in un vicolo cieco, in una guerra tra poveri che non produce giustizia ma solo sfogo⁶. E che, a lungo andare, erode la fiducia nel welfare state e rende più accettabili tagli e privatizzazioni.
Possiamo poi essere ancora più onesti, fare un ulteriore passo politico, e spostare il focus dalle uscite (le maledette pensioni) ai contributi che versiamo per sostenerle.
L’Italia è la seconda nazione più vecchia al mondo, seconda solo al Giappone. Stiamo vivendo una crisi demografica epocale, stiamo invecchiando, in pochi fanno figli.
Detto banalmente presto saremo un Paese di pensionati, senza giovani lavoratori che sosterranno le casse previdenziali. Se vogliamo continuare a inseguire l’equilibrio entrate/uscite del sistema pensionistico — come se fosse una ragioneria divina — le strade sono due: o si fanno politiche serie di sostegno alla natalità, accettando che per qualche decennio si spenderà più di quanto si incassa (tempo di rendere i neonati dei lavoratori), o si alza l’età pensionabile fino ad una sorta di Squid Game esistenziale.
Altre opzioni non ce ne sono, o quantomeno io non ne vedo.
Non solo uscite
A questo si aggiunge una verità scomoda che però potrebbe ribaltare il punto di vista: se oggi i contributi sono troppo pochi non è (solo) perché ci sono troppi pensionati, ma perché i giovani versano poco. E non per pigrizia. Perché non è loro permesso: contratti frammentati, inquadramenti assurdi, tirocini eterni, apprendistati sottoretribuiti. La stabilità del lavoro è stata scientificamente abbassata. Il risultato è che i giovani contribuiscono meno di quanto dovrebbero. Non perché non vogliono, ma perché non possono⁷. E anche questa è stata una scelta politica: il nostro Paese per anni ha cercato di contrarre i salari per essere competitivo. Con il risultato che stiamo vivendo in un incubo di stagnazione reddituale che in Europa ci rende uno dei Paesi peggiori in termine di crescita e resilienza all’inflazione.
Pensare al futuro
E poi c’è un altro livello, quello che troppo spesso viene ignorato ma è forse il più importante. Ci stiamo dirigendo verso un mondo con meno lavoro stabile, più automazione, più disoccupazione tecnologica, più centralità dell’AI. E in un mondo del genere, legare il diritto alla pensione al lavoro “versato” sarà semplicemente disumano. Già oggi, per ovviare all’obsolescenza del lavoro umano, si parla di reddito universale di base e di programmi di sostegno universali al lavoro. Non nei circoli utopici, ma nelle riviste accademiche, nei paper delle università, nei modelli di economisti come Van Parijs e Piketty (ma anche di esponenti di destra come Friedman ed Elon Musk) e in esperimenti regionali (io ho potuto lavorare sul campo sui risultati dell’esperimento di Barcellona). Si discute di un reddito minimo garantito per tutte e tutti, anche per chi non ha ancora raggiunto l’età pensionabile. Si parla di futuro. E se ne parla seriamente. Per questo non capisco perché se da una parte le avanguardie economiche discutono di reddito universale come rivoluzione del XXI secolo dall’altra la pensione sia ancora nella categoria novecentesca dell’ingiusta insostenibilità.
Ok ma gli sprechi! Gli sprechi! GLI SPRECHIIIIII
Fermi tutti. Nessuno nega che ci siano stati sprechi e che i modelli di welfare mediterranei - specialmente quello italiano -, pensioni comprese, siano stati oggetto di furberie. Le baby pensioni, gli scatti di carriera negli ultimi anni per gonfiare l’assegno, le finte buste paga. Nel lecito e nell’illecito, un po’ di tutto è stato sperimentato per erodere le casse del sistema previdenziale italiano. Sono risorse spese male, spesso per fini elettorali, nessuno lo mette in dubbio.
Leggerne evoca una frustrazione legittima, che va riconosciuta. Una rivoluzione dei sistemi di controllo e una ripulitura dagli interessi clientelari è necessaria, questo è tanto importante quanto banale da affermare.
Ma, attenzione, quello che sostengo - che per molti è una sfumatura, per me è centrale - è che non possiamo buttare tutto nello stesso calderone e pensare che per colpa dei furbi di ieri un’intera categoria debba essere umiliata oggi. E soprattutto non possiamo usare quei casi per dipingere l’intero sistema pensionistico come un privilegio ingiusto.
Perché nella maggior parte dei casi le pensioni sono basse, meritate, spesso essenziali alla sopravvivenza di intere famiglie. “Privilegio”, lo ricordo, deriva da privus + lex: una legge fatta su misura per qualcuno. Un’eccezione, una distorsione. Chiamare la pensione un privilegio significa suggerire che debba essere livellata verso il basso. Significa affermare, più o meno implicitamente, che siccome io a causa della presunta insostenibilità non la riceverò — o temo di non riceverla — allora è giusto che non la riceva nessuno. È la logica del rancore travestito da giustizia: se non tocca a me, allora deve essere tolta a tutti. Ma questo non è un ragionamento. È una resa che non comprende che ricevere una pensione non è un privilegio. È un diritto.
E se c’è qualcosa che non possiamo rimproverare a chi ci ha preceduto, almeno fino agli Anni Ottanta, è di non essersi spesi per provare ad allargare i diritti delle generazioni future. Volendo fare un grossolano discorso generazionale ai boomer non si può certo dire di non averci creduto o di non aver lottato contro qualcosa che sembrava ingiusto. E questo, onestamente, non possiamo dire di averlo fatto noi - millennials e gen z - , che probabilmente abbiamo confuso la razionalità lucida con la fredda rassegnazione del realismo capitalista. Noi che spesso vediamo nei diritti altrui un privilegio, confondendone i significati. Noi che cognitivamente troviamo più facile togliere agli altri, o riversare rabbia, anziché lottare per qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, qualcosa per cui valga davvero la pena spendersi.
E forse, questo è il segno più inquietante di tutti, stiamo lentamente interiorizzando l’idea che l’improduttivo sia irrilevante nella direzione della res publica. Che chi non produce, chi non è performante, chi non è "utile" secondo i parametri del mercato, debba restare in silenzio. Si fanno infatti strada — sempre più esplicite — posizioni ageiste, secondo cui chi è anziano ha meno diritto di parola sul futuro del Paese. Come se aver vissuto troppo equivalga a valere meno.
Eppure quel Paese, nel bene e nel male, quelle persone l’hanno costruito. Hanno lavorato, lottato, sbagliato, creduto. E pensare che ora debbano limitarsi ad assistere in silenzio, mentre li si accusa di pesare troppo, di aver preso troppo, di valere troppo poco — è il segno di un declino culturale che, a mio avviso, ci riguarda tutti.
Il debito pubblico, ovvero gli altri sprechi
Siamo alla fine, lo prometto.
È vero: quando uno Stato spende più di quello che incassa è costretto a fare debito, soldi presi a prestito da mercati privati che le generazioni future dovranno restituire con interessi. Solo di interessi, nel 2023, l’Italia ha speso il 3,8% del PIL: un’enormità che pesa più di interi capitoli di spesa sociale. E sì, è vero anche che le pensioni contribuiscono a questo squilibrio quando escono dalle casse (anche se abbiamo già visto che, almeno in parte, rientrano dalla finestra).
E allora come si fa a far quadrare i conti delle pensioni? Continuare a pensare che i soldi debbano essere trovati solo tra chi lavora - lo abbiamo detto - è una visione antiquata, miope, figlia diretta dei mantra neoliberali. Inoltre la pressione fiscale che grava sulle buste paga — tra tasse e contributi — è già tra le più alte d’Europa: non si può chiedere di più a chi lavora. Di fronte a questo scenario, però, la risposta preconfezionata che ci viene data è sempre la stessa: tagliare. Tagliare pensioni, tagliare spesa pubblica. Come se la forbice fosse l’unico strumento rimasto in mano alla politica.⁸
Ma se proviamo a capovolgere lo sguardo, la voragine non si apre dove guardiamo di solito. Perché il problema non è solo quanto esce. In un’ottica sistemica il problema, in tutto l’Occidente, è quanto entra.
E oggi, In Italia, molto di quello che potremmo incassare grazie alla redistribuzione è strozzato da una questione di classe enorme e silenziata. La ricchezza c’è, cresce, solo che è in mano a poche persone e decidiamo di lasciarla lì. Faccio solo alcuni esempi.
Ogni anno spariscono più di 80 miliardi in evasione fiscale: denaro che, se non entra nelle casse dello Stato, deve essere preso pari pari a debito.
Poi c’è l’elusione, che non è nemmeno illegale: colossi come Amazon spostano utili all’estero con scatole fiscali (e con il beneplacito dei governi) estraeando ricchezza nel nostro Paese che portano a Dublino, negli Usa, in dividendi da dare agli investitori che magari in Italia non ci verranno mai o in fondi off-shore in qualche paradiso fiscale. In un’ottica generale la finanza sta estraendo valore all’Occidente similmente a quel che l’Occidente ha fatto con il Sud del Mondo. Insomma, è una forma di colonialismo finanziario, invisibile e predatorio. Questi sì, signori miei, che sono soldi persi per sempre e, paradosso nel paradosso, chi se li accaparra (i ricchi) è oggi, per molti, modello culturale delle vittime (il 99%). Oltre al silenzio l’applauso.
C’è poi l’imposta di successione, che in Italia vale lo 0,05% del PIL (una cifra che studi OCSE definiscono obsoleta), tra le più basse d’Europa: i grandi patrimoni passano indenni da una generazione all’altra. Risorse bloccate in asset (spesso immobili in eccedenza alla prima casa) che non generano ricchezza ma l’accumulano, esacerbando le disuguaglianze.
Per non parlare poi della grande svendita dei beni pubblici degli anni ’90, in particolare del grande smantellamento del più grande patrimonio industriale pubblico che avevamo, ovvero l’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e di Enel, Eni, Autostrade, Telecom. Venduti a prezzi da saldo, in nome dell’efficienza e del libero mercato. Persino la Corte dei Conti — non un covo di bolscevichi — ha ammesso che quelle operazioni hanno fatto incassare meno di quanto quegli asset avrebbero potuto generare nel breve termine, e hanno privato la collettività di entrate stabili e strategiche nel lungo.
Insomma, i ricchi non solo non vengono toccati: godono di trattamenti di favore. Comprano pezzi di Stato a prezzi politici, e poi — quando lo Stato si indebita — acquistano anche quel debito, lucrando sugli interessi. Comprano due volte, guadagnano due volte. Ma il problema, la madre di tutte le ingiustizie, restano le pensioni. Che, lo ricordo, nella maggior parte dei casi sono indegne.
Insomma, il denaro non mancherebbe se lo cercassimo bene.
La domanda non è dunque se possiamo spendere all’infinito: no, non possiamo. Ma possiamo decidere se la spesa pubblica per le pensioni deve essere sostenuta solo dalle entrate dei lavoratori seguendo a testa bassa la convinzione dell’equilibrio di cassa o se non sia il caso di chiedere anche da chi ha accumulato ricchezze immense senza restituire un granché. Possiamo decidere se colpire i soliti o se iniziare a guardare in alto. Perché quando ci raccontano che “i soldi non ci sono” stanno dicendo una colossale bugia, stanno scegliendo di non dirci dove sono, stanno raccontando tanto ma non tutto.
Alessandro Sahebi, il benaltrista
Lo so, so cosa state pensando: benaltrismo. Parlare di evasione, elusione, privilegi fiscali significa spostare lo sguardo, mentre il problema delle pensioni resterebbe sullo sfondo. Ed è vero, ho parlato poco degli sprechi travestiti da mance elettorali degli anni ’80 e ’90, ma non l’ho fatto per un motivo semplice: non si può analizzare un bilancio pubblico a compartimenti stagni, limitandosi al passato. La realtà va letta nella sua complessità, orientata al futuro. Complessità che non è inscrivibile in una newsletter - per quanto lunga come questa - ma che può essere letta attraverso vari prismi interpretativi.
Al realismo capitalista oppongo, con forza, una lettura socialista del fenomeno che non può non sottolineare che la narrazione sulle pensioni sia, come ogni narrazione, strumento di interessi particolari. Non esistono narrazioni sotto vuoto, spiegate bene, neutrali ed equidistanti.
Nei fatti non è che sulle pensioni si dicano cose sbagliate. Ma cosa si dice e come lo si dice, quanto spazio dare, i termini che si utilizzano modificano la percezione o il giudizio morale che abbiamo sulla realtà.
E nella realtà sappiamo che chi ha potere economico ha anche sempre più potere politico. Lo esercita investendo nei media, nelle attività di lobbying, nelle sedi dove si scrivono le leggi - le stesse leggi punitive sulle classi meno abbienti. Quello dei super ricchi è l’unico blocco sociale che dispone di un’agenda di classe chiara, costante, efficace. E sappiamo che chi ha di più ci convince che chiedere maggiore contributo in alto sia inutile, se non dannoso: perché i ricchi possono scappare, delocalizzare, negoziare direttamente coi governi. Così estraggono valore in modo ingiusto. E forse, se dobbiamo parlare della madre di tutte le ingiustizie, questa veste perfettamente la definizione.
Non è nonno, è chi detiene la narrazione su nonno.
E noi?
Da quei giornali leggiamo le notizie, da quei politici sentiamo di emergenza pensioni. Ci dicono cosa pensare (sui sussidi) e cosa sia impossibile immaginare (più redistribuzione della ricchezza). Non è una censura col fucile puntato ma la dittatura morbida dell’egemonia culturale, di chi controlla di cosa si debba discutere oggi o la prossima settimana. L’egemonia che ci fa pensare intimamente che ai ricchi, alla fine, si perdona tutto. Si condona tutto. I loro soprusi godono, se non di consenso sociale esplicito, almeno di una complicità silenziosa, di una tolleranza - mascherata da una presunta infattibilità della redistribuzione – che alle persone normali non è mai concessa. Ai pensionati, bersaglio facile, tutto questo è precluso.
Guardare in alto non significa assolvere ogni errore del basso, né negare che ce ne siano stati. Ma il realismo socialista impone un’altra postura: allargare lo sguardo, rivedere i numeri sotto una luce diversa, persino riscrivere le parole. Per me non esiste nessuno scontro generazionale. Quando si parla di pensione esiste solo un enorme elefante nella stanza: la questione di classe. Che va scovata, criticamente, tra le pieghe di una narrazione invisibile e solo apparentemente neutra a cui aderiamo. Perché se ci limitiamo a leggere la realtà così come ci viene consegnata, senza esercitare spirito critico, ci riduciamo a esecutori obbedienti dell’ordine costituito.
E, storicamente, diventare esecutori dell’ordine costituito non ha mai fatto bene alla giustizia.
Grazie a chi è arrivato qui.
Ultimi saluti
Lo so, è stata dura. Ma credetemi, anche scriverla non è stata una passeggiata. Non è un argomento facile, facilmente divulgabile e probabilmente neanche molto interessante. Ma, lo dico con un po’ di orgoglio, mi sono sempre dato il diritto di scrivere senza la pistola della performance puntata alla testa. Non seguo trend, non faccio leva sulla pancia, non mi interessano le best practice.
Qualsiasi esperto sconsiglierebbe una newsletter da 20 minuti, io l’ho fatta perché la ritengo necessaria. Non perché io abbia ragione ma perché credo che sulla questione di classe ci sia da allargare gli orizzonti, aprire dibattiti, evadere dal pietismo sulla povertà e dalla litania colpevolizzante dei reazionari.
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Grazie mille
A.
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Note al testo
Qui la letteratura è ampia, però per me tra gli altri è Interessante lo studio The macroeconomic effects of social security contributions and benefits
In economia, non esiste nulla di intrinsecamente giusto o sbagliato, di intrinsecamente positivo o negativo. La risposta alla domanda sulla natura giusta o sbagliata di determinate politiche economiche è sempre una “risposta politica”, “di classe”, che richiede comunque un’analisi del contesto storico-istituzionale e sociale di riferimento. A tal proposito segnalo questa lettura: “We Need to Talk About the Original Sin of Economic” di Lynn Parramore
Grandparental availability for child care and maternal labor force participation: pension reform evidence from Italy - Questo studio fornisce evidenza causale che le pensioni non sono semplici consumi privati: abilitano lavoro femminile grazie alla cura informale dei nipoti. Le pensioni dei nonni agiscono come una forma silenziosa ma vitale di welfare
A tal proposito rapporto Oxfam 2023 o T. Piketty ne Il capitale del XXI secolo
Ne cito uno ma ne esistono molti, questo è recente e soprattutto analizza gli effetti a lungo termine Cardoso - The Multiplier Effects of Government Expenditures on Social Protection: A Multi-country Study
Quel che non si dice, inoltre, è che la spesa pubblica per le pensioni si ridurrà notevolmente a partire dal 2035, per cui il peso sul bilancio pubblico è già in una fase dove si dovrebbe vedere la discesa, a gobba, in una decina di anni. Economic Policy Committee - Ageing Working Group 2024 Ageing Report Italy - Country Fiche
Interessante il sito jobguarantee.org sugli obiettivi UN e l’articolo de La Fionda Obiettivo piena e buona occupazione: quando è lo Stato a creare lavoro
E questo lo sappiamo bene, perché lo abbiamo visto con i nostri occhi. Perfino nell’Eurozona, durante i due anni di Covid, tutta la retorica neoliberale sull’insostenibilità del debito pubblico è improvvisamente evaporata. Sparita. Dimenticata. I disavanzi sono esplosi, i debiti pubblici sono cresciuti a livelli record — eppure nessuno ha parlato di default, nessun mercato è crollato, nessuno spread è impazzito. Se davvero le “regole” dell’austerità fossero leggi di natura — universali, eterne, immutabili — allora in quegli anni avremmo dovuto vedere interi Stati fallire. Ma non è successo. Perché non erano leggi. Erano scelte. E come tutte le scelte, si possono disfare.
A tal proposito, sempre de La Fionda, consiglio La lezione della pandemia su disavanzi e debiti pubblici

Grazie per la tua preziosa visione del mondo.
Ci dimentichiamo spesso che gli stipendi e le pensioni dei nostri genitori boomer ci hanno permesso di sostenere delle spese che noi millennials e GenZ non saremmo riusciti a sostenere da soli. Certo, non per tutti, ma molti di noi hanno potuto acquistare un'automobile, accedere a un mutuo/prestito, studiare all'università, aprire un'attività, anche grazie a loro. Molti boomer si sono tolti il pane di bocca per darlo a noi figli e anche ai nipoti, aiutarli nella difficoltà e nell'incertezza economica. Tanti hanno lavorato in condizioni di sicurezza pessime, hanno respirato sostanze tossiche e hanno rischiato la vita sul lavoro. Mi sembra profondamente ingiusto e sterile questo scontro generazionale. Grazie davvero.
Mio padre, muratore dall’età di 6 anni, ha ricevuto una pensione di quasi 900 euro. Per molti anni è stato sfruttato. Non c’è più, è morto anche per il senso di inadeguatezza generato da questa situazione, si sentiva povero e triste. Forse ha pensato che fosse colpa sua. Adesso mia madre prende una reversibilità di 600euro. Quale colpa dovrei dare a mio padre che ho visto lavorare sempre e non andare in vacanza mai?